Tue, 06 Oct 2009 | by Matteo Ape
Inglorious Bastards di Quentin Lo vediamo alla première su scala nazionale, in un cinema k2 traboccante umanità, i cui corpi arrivano purtroppo sin fuori le mura: saranno una cinquantina i castigati al ritiro. Naturale un pò di polemica: sul banco dei fatti colposi finiscono la prassi dell'"overbooking"(la stampa degli inviti in numero superiore ai posti disponibili), da sempre, però, verificabile in queste anteprime ed implicitamente evocata dall'espressione apposta sull' invito gratuito " valido sino a esaurimento posti"; la lentezza del marito di turno, con la moglie che lo apostrofa : "Te l'avevo detto che bisognava venire prima!"; ma, soprattutto, la grande sete di Quentin, che ancora smuove i nostri assuefatti palati e fa saltare come niente le regole dell'aritmetica e della statistica. Il suo cinema appassiona il pubblico, soprattutto quello più giovane, e la critica: ogni suo nuovo progetto è seguito in uno stato di attesa febbrile. Eh già...Il ragazzo ne ha fatta di strada, dalla videoteca di Manhattan Beach, dove scriveva i primi copioni poi venduti e girati da altri (Una vita al massimo, Natural born killers),alla quasi contestuale conquista della regia dei suoi progetti (Le iene), allo scacco produttivo alla Miramax per Kill Bill: "Il mio film non si taglia, facciamo vol.1 e vol.2". Ed è da ricercare proprio in questo, nell'adesione completa di Quentin ai suoi progetti, una delle ragioni prime del suo successo. Per creare tale tensione narrativa, tale atmosfera ci vuole un grande amatore, prima che un professionista. Uno che vorrebbe seguire ogni dettaglio. Si narra che nella sequenza della battaglia finale di Kill Bill non v'era mai più di una macchina da presa in funzione e dietro quell'unica stavano spesso proprio gli occhi di Quentin. E ancora la sua musa Barbara Bouchet, l'atra notte da Marzullo : "Quentin parla e pensa solo al cinema 24 ore su 24". A quest'affermazione non credo in toto, perchè l'essere stato in questi anni compagno della bella Mira, gli avrà procurato anche qualche dovere...però è evidente come Quentin, aldilà della sua faccia da fanatico, o forse proprio per questa, lavori sodo per i suoi film. Tra i motivi per cui sgomitare l'altra sera, ce n'era uno più valido degli altri: la proiezione della copia in lingua originale con sottotitoli, la stessa presentata allo scorso festival di Cannes, con venti minuti in meno rispetto a quella in uscita nelle sale italiane. A questo, e all'eventuale uscita in dvd, erano dovuti i controlli pazzeschi profusi dall'Universal per controllare l'eventuale pirata sparso in mezzo a noi - rilascio di ogni apparecchiatura elettronica all'ingresso, personale dotato di monoculi (a infrarossi?) in giro per la sala per scovare le traiettorie dell'eventuale ripresa diabolica - . Aldilà del minutaggio, è inutile sottolineare l'assoluta indispensabilità del requisito della lingua originale per la visione di Inglorious Bastards - contestuale presenta di tre lingue e almeno 10 accenti diversi- , del cinema di Tarantino - pilastrato sui dialoghi - , del cinema tutto - i doppiatori italiani odierni fanno tanta tanta fatica, con buona pace di Luca Word -. Inglorious Bastards , di cui " Quel maledetto treno blindato" di E.G.Castellari è di certo più fonte di ispirazione che testo da "remake", lascia di stucco per solidità ed equilibrio dell'impianto narrativo.I fan sfegatati sono avvisati: lo troveranno troppo classico. Come già in Jackie Brown, tratto da Elmore Leonard, si va contro il tarantinismo. Nel rigoroso ricorso alla linearità temporale, la concatenazione di eventi e presentazione di personaggi manifesta un'unico grande fine: tenere alta la tensione narrativa. Eccola la grande adesione ai film di genere. Paradossalmente, però, la si crea con lunghe sequenze di dialogo, veri motorini/bombe a mano sparsi in tutto il film, affinchè la miccia resti sempre accesa. Guardare per credere il motore immobile della prima sequenza alla capanna degli ebrei. Eccola la magia di Tarantino, tema portante di tutta la sua politica filmica. Ma come fa? Alternando con sapienza i registri del drammatico a quelli della commedia, tiene lo spettatore incollato.Ancora nella prima sequenza, il famoso momento dell'estrazione della pipa galattica di Landa. Lo aiuta, poi, la scelta del casting: un Cristopher Waltz impagabile nei panni del colonnello Landa, le due bionde, Brad e gli altri. Lo aiuta la regia, che accompagna sempre con grande trasporto le frasi, le interpunzioni di questi fatidici dialoghi. Nella hall del cinema per la première, la camera rotea attorno ai protagonisti con enfasi nel momento in cui la bella Kruger è stata scoperta, esponenziando la tensione, subito dopo alle risate degli sketches degli italo(?)-americani. In un cinema americano sempre più improntato alle scene d'azione ipercinetiche ed ipervoltaiche, Quentin rema controcorrente, promuovendo un film di guerra, senza battaglie, ma con una tensione e un'attenzione ai dettagli che li supera. Si potrebbe star qui a parlare per ore, ma probabilmente ciò si presta poco a questo format. Due righe, però, le vorrei spendere su un interessante sottotesto, di cui si può vantare il film. Noi cinefili siamo spesso tesi a cercarli e, con il cinema di Tarantino non abbiamo certo avuto gran fortuna. Stavolta, però,c'è. Si tratta del rapporto tra dimensione intima e dimensione pubblica di un personaggio. Più che negli altri suoi film i personaggi entrano in gioco per come vengono percepiti dalla gente e ci mostrano poi un altro volto nel privato. Pensateci bene: Landa sanguinario ed irreprensibile come colonnello, cede poi nel finale per stare su un'isoletta del capitalismo con i boxer; la bella bionda Shoanna si presenta come femme fatale vestita di rosso ai tedeschi, avida di vendetta sotto la colonna sonora di Bowie, ma ci viene mostrata anche tranquilla nella dimensione bohemien di gestore di cinema con sigaretta e poesie; il soldato semplice Zoller, da un lato eroe nazista sanguinario, dall'altro tenero conquistatore; e così gli altri protagonisti. Insomma Tarantino ci parla anche del presente e di come la nostra società dei mass media influenzi le nostre personalità. Per chiudere, "Inglorious Bastards" non sarà voce nelle enciclopedie della storia del cinema per i traguardi nel montaggio audio-video (Kill Bill), per la regia (Pulp Fiction e Kill Bill), non per l'immaginario (Le Iene, Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill), ma risponderà sempre affermativo al discorso con cui Quentin lo sta presentando : " Voglio che la gente torni a casa e sappia di essere andata al cinema". Ci siamo andati Quentin, e c'è una bella differenza dallo stare a casa davanti alle televisioni....
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In concomitanza con la nuova apertura del locale Majakovskij, questo fine settimana, sarà inaugurata la mostra "MEÆT THE MEMORY", a cura di OndeQuadre, che occuperà le stanze del locale/galleria per tutto il mese di Ottobre. Gli artisti partecipanti sono Alessandro Dal Bello, giovane e fervente artista che OQ segue con attenzione ormai da tre anni, Matia Chincarini, camaleontico doganiere delle tecniche espressive e Riccardo Isacchini, virtuoso della pittura da poco riconsegnato alla nostra città. I lavori dei Tre riflettono in modi diversi il rapporto corpo-memoria. Corpo generazionale e memoria "wordsworthiana", che riesce a raggiunge l'essenza di una realtà purificata dalle allusioni del contingente, tentando di riallacciare la fine con il principio e di sfamare il desiderio umano di infinito (Dal Bello). Memoria dissacrante del tempo che passa, mappatura di erosione di ciò che è stato, fatta di pieghe incarnate e di solchi epidermici, ai quali nemmeno il corpo di un santo può resistere, senza pudore e senza gloria (Isacchini). Corpo evocativo e bramato, memoria come viaggio nell'immaginario collettivo, fuga dalla realtà e mistificazione del vero, saga malinconica di una testa vuota che vuole scegliere la sua storia e il suo seno (Chincarini).
Dopo attenta analisi la commissione interna di Onde Quadre ha deciso in merito all’assegnazione del premio speciale “Go(o)d Intentions”, un riconoscimento dedicato alle sperimentazioni in una visione avanguardista dell’ opera d’arte, quale oggetto di ricerca e creazione di nuovi significati. In una visione trainante dell’arte, non semplice interpretazione critica della realtà, ma anticipatrice di tempi e di pensiero, creatrice di nuovi mondi e nuova conoscenza. Ad aggiudicarsi il premio è il gruppo Oltrecerchio (Alessandro Dal Bello, Sara Faccin, Ettore Zampieri e Francesco Tomè) con l’opera PROVIAMO A TORNARE SULLA TERRA. MENZIONI SPECIALI a Mattia Chincarini per l'opera "Malandrinaggio" e a Mirko Canesi per la serie "Pokemonini". Scarica l'allegato per leggere le motivazioni.
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